S come scrittura

(Foto Roberto Buratta)

Scrivevo male. Fin da piccola c’è sempre stato qualcosa che non andava nel mio modo di scrivere. Mi hanno sempre rimproverata perché, per una che era brava a scuola, quel modo di scrivere proprio non andava. Era incomprensibile, disordinato. Pacciugavo parecchio con la penna macchiando molto il foglio. E poi per qualche strano motivo non ho mai imparato a tenere la penna come si deve. Ancora oggi (sono una di quelle persone che scrive ancora a penna, anche se uso molto molto la tastiera tutti i giorni; lì sì che ho imparato a scrivere bene, molto velocemente e senza errori con tutte e dieci le dita) quando mi vedono tenere una penna le persone commentano: ma come la tieni la penna, che strano modo di tenere la penna. In realtà non è così strano, semplicemente la tengo appoggiata all’anulare, invece che al medio. Cioè, per tenere la penna uso quattro dita invece di tre.

Mi sgridavano sempre perché invadevo le altre righe: quella sopra con le L, le B, le T, quella sotto con le G, le F, e poi comunque ero disordinata e poco precisa. I miei quaderni da brava bambina erano sempre un brutto vedere. Poi con gli anni cominciai pure a farlo apposta; perché naturalmente diventai presto un’adolescente ribelle e le mie L, le mie H e le mie G invadevano impudenti con i loro occhielli giganti le righe sopra e sotto. Mi sono sempre piaciute le lettere e gli alfabeti, comunque, e sempre in quel periodo iniziai a procurarmi pennarelloni vari, soprattutto rossi e neri, con cui decoravo diari, libri, banchi e magliette. Un giorno il mio ragazzo mi fece scoprire gli Uniposca che non passavano i fogli da parte a parte e non gli sarò mai abbastanza grata. Prima andavo anche in giro con le magliette con le scritte disegnate male da me e con le macchie di pennarello sulla schiena. Beata adolescenza.

I miei libri, da adolescente ribelle, iniziarono a sembrare sempre più dei diari in cui il testo delle lezioni era un disturbo intorno a cui disegnare e scrivere: testi di canzoni, frasi che mi colpivano e che non volevo dimenticare, nomi di persone di cui mi innamoravo, codici che solo io capivo (avevo iniziato anche ad avere una fissazione superstiziosa per certi numeri, che sommavo e sottraevo secondo regole che ora non ricordo più, e poi li scrivevo per ricordare una data o una persona che mi piaceva). Incollavo anche immagini prese da varie riviste musicali, persino pubblicità tipo quella dei doc martens, negli anni Ottanta il top della dirompenza ribelle. Ma soprattutto avevo un rapporto superstizioso con la scrittura.

Avevo la sensazione che le parole scritte avessero un potere misterioso, che bisognasse comportarsi con loro con reverente rispetto e maneggiarle con cura. Avevo scoperto alcuni loro segreti: per esempio, non si poteva mai buttare un pezzo di carta contenente le parole scritte a mano da un’altra persona, era una prova importante del loro rapporto con me e, perdendo la scrittura, avrei rischiato di perdere anche la persona. Non dovevo mai scrivere il nome di qualcuno a cui tenevo perché, se l’avessi scritto, l’avrei perso; allora ricorrevo a sotterfugi come quello di scrivere il nome partendo dalla fine, o scrivendo le lettere in ordine sparso. Se avessi scritto il nome “Alberto”, per esempio, avrei iniziato scrivendo o, poi forse e, poi b, poi t, ecc. ecc. aggiungendo la A maiuscola finale solo alla fine. (Dovevo indovinare esattamente dove andava a finire la parola e spesso facevo un po’ di fatica per farcela stare.) La mia superstizione si estendeva anche al senso di scrittura delle lettere e avevo la sensazione che molti miei problemi venissero dal fatto che la L iniziale del mio nome era una lettera che andava dall’alto verso il basso. Presi così l’abitudine di scriverla dal basso verso l’alto, a rovescio. Non ricordo se scrivevo anche il mio nome a pezzi e bocconi; forse. In ogni caso era una superstizione legata alla “perdita” di qualcosa: perdita di forza, di amore, di autenticità o anche solo di rapporto.

Suonavo il piano ed ebbi grossi problemi, a un certo punto, con il fatto di suonare, credo per due motivi: il povero “Orco” buonanima, un maestro che mi terrorizzava, e il fatto che studiai molto per l’esame di ammissione alle medie musicali e poi, quando mi ammisero, non se ne fece nulla. Mio padre mi vessava per molte cose legate al piano (per esempio non potevo studiare perché lui doveva dormire, mi urlava quando sbagliavo e mi terrorizzava, per non parlare poi di quando decisi finalmente di smettere) e io iniziai a torturare il piano. In quel periodo incidevo spesso con una chiave delle lettere “E” nella vernice del pianoforte: era più forte di me, non riuscivo a resistere. La E era semplicemente l’unione della mia iniziale con la lettera “F” del ragazzo che all’epoca mi piaceva.

A un certo punto iniziai ad associare anche il successo sociale alla scrittura: un amico di mio fratello ammirato da tutti, per cui ovviamente avevo una cotta pazzesca, mi faceva a volte delle cassette con i titoli delle canzoni scritti in stampatello. Iniziai a copiare il suo modo di scrivere. Non vidi mai la sua scrittura in corsivo; sicuramente avrei copiato anche quella. Era una scrittura molto tonda, quasi femminile, mentre la mia non voleva esserlo, non sopportavo quelle scritture forzatamente pucciose, con pallini al posto dei puntini sulle I, lettere deliberatamente arrotondate e occhielli delle L e delle H a smerlo. Ancora oggi forse nella mia scrittura a stampatello si conservano tracce di quelle A maiuscole a triangolo e delle N con la curva in basso arrotondata. Ora lo faccio senza pensarci, allora era una cosa che mi studiavo di fare, sperando che mi si attaccasse un po’ dell’ammirazione che lo circondava, senz’altro.

A ben vedere ho sempre avuto un rapporto quasi magico con la parola scritta, e non solo: avevo una sensibilità quasi morbosa per il suono delle parole e non sopportavo interi gruppi di parole che al mio orecchio suonavano appiccicose, disgustose. Con il tempo questa sensibilità si è un po’ attenuata, ma me la ricordo bene. E credo di aver amato subito l’inglese, quando lo scoprii, perché per me mancava di questa caratteristica, che però a ben guardare è una caratteristica che può appartenere solo a una lingua familiare, materna, quasi casalinga. Indubbiamente per chi è madrelingua inglese ci saranno parole che fanno esattamente lo stesso effetto.