Diario di un viaggio su un’isola (prima parte)

greek flag

9 settembre 2021, sette del mattino. Sono a Karpathos, un’isola del Dodecaneso, più o meno tra Rodi e Creta. Diafani, nella parte nord, è un piccolo paese che naturalmente è toccato eccome dal turismo ma in una maniera un po’ diversa da come sarebbe da noi. Ci si arriva dopo un’ora e mezza di tornanti.

All’inizio non riuscivo a dormire, nervi a pezzi e ogni rumore mi teneva sveglia: vento, gatti in amore, conversazioni sotto la finestra, sgommate (qui c’è una strada molto ripida e tutti slittano quando accelerano per salire) poi ho preso l’abitudine al letto non comodissimo – materasso a molle – e dormo quasi sempre bene. C’è un gran via vai di gente (italiani, tedeschi, francesi, inglesi, olandesi ecc.) ma noi rimaniamo qui. Ci riposiamo da un anno snervante.

Proprio davanti alla finestra c’è la chiesa, una delle mille che ci sono qui. Ci siamo entrati verso le cinque o le sei del pomeriggio. Uno dei giganteschi lampadari girava lentamente, proiettando mille luci multicolori tutto intorno, sulle panche, sulle immagini. A destra, entrando, prima dell’iconostasi, c’era una specie di grande vassoio di legno (al centro una grande candela di cera d’api dal vetro decorato con una grande croce d’oro) pieno di kollyva, grano cotto mescolato a zucchero, mandorle e altro che viene offerto per i memoriali dei morti.

Le case del paese, tutto in salita con una breve passeggiata a mare, sono tutti parallelepipedi bianchi con finestre di solito blu. C’è una manciata di locali che fanno tutti più o meno le stesse cose. A destra c’è Korali, un posto con un’atmosfera un po’ speciale. Abbiamo avuto il privilegio di poter ascoltare il cuoco che suonava con il suo nipotino. Come dolce ho avuto un piatto di frutta bello come un quadro, cedro e bergamotto candito. Qui a fine pasto arrivano sempre sorprese e regali interessanti.

bouzouki

Negli ultimi tempi ho preso a disegnare più che a scrivere nel mio quadernetto nero (non moleskine ma tiger), piccoli disegni senza pretese che mi aiutano a comprimere visioni e idee in maniera più immediata di tante parole, che spesso sembrano attendermi in agguato con un ginepraio di significati: troppe, troppo dense, troppo irte di complicazioni e di trappole, lunghe, farraginose, menanti il can per l’aia e a volte incapaci di cogliere l’essenza di quello che voglio raccontare.

Vananda

La prima sera siamo andati (molto tardi, ma qui resta sempre tutto aperto, perché lavorano solo d’estate) dalla Maria, una taverna che in pratica è una vecchia casa con un cortile dai muri verdazzurri pieni di vecchie foto, sotto una pergola di vite americana. La Maria, una ragazza sorridente dai lunghi capelli neri e mossi, è famosa perché è molto bella e molti vanno volentieri a mangiare lì anche solo per la sua bellezza e gentilezza. Mi ha portato in cucina (questo è la loro particolarità) a vedere le pentole coperte con fogli d’alluminio. Sono pastori e fanno soprattutto carne (e soprattutto capra), ma naturalmente anche insalate greche, fava che è una purea di cicerchia con l’origano, gemistà (verdure ripiene) e molto altro. Il cibo non è niente di speciale ma è una bella esperienza e ci si va volentieri.

Come descrivere il paesaggio? Moltissimo azzurro, blu, verde acqua. L’acqua è trasparente verso la riva e sott’acqua si intravedono rocce color ocra gialla chiara. Poi diventa sempre più azzurra fino al blu oltremare all’orizzonte tutto picchiettato di piccoli tocchi di spuma bianca. Le spiagge sono grigie e ciottolose, mentre la terra è più rossiccia. I sentieri tutti sgranati di selci che franano, polvere, secchezza, a volte strade enormi e regali fatte tutte di questi sassi enormi grigi e irregolari.

Il cielo è spesso pieno di nuvole che scorrono molto velocemente e se ne vanno. Non piove mai. L’ultima volta, mi hanno detto, a marzo. Il paesaggio è molto brullo con montagne color sabbia e moltissimi cespugli spinosi ma anche piante di salvia rinsecchitissima ma viva, pini bassi e piegati all’estremo dal vento, tamerici dai tronchi grossi e nodosi, spesso dipinte di bianco fino a metà, così come gli olivi – anche loro molto secchi e sofferenti – elicriso, timo ma non in questa zona, più su (il monte più alto arriva a 1200 metri). Ci sono moltissimi uccelli di ogni tipo, in particolare falchi e falchetti vari. Davanti al nostro balcone, su un palo delle luce, c’è un nido di tortore. In acqua ci sono branchi di pesci piccolissimi, altri che sembrano quasi finti, quasi a quadrati di tartan viola e gialli, altri grigi e poi ci sono gli skaros che credo in italiano si chiamino pesci pappagallo, stanno aderenti al fondale e hanno delicate strisce colorate di giallino e azzurro appena percettibili.

cespuglio olivi

Le donne più anziane portano gli abiti tradizionali con molta naturalezza. Spesso sono vestite di bianco con un grembiule dalla fascia nera in vita, a volte completamente di nero, un copricapo nero a tenere fermi i capelli (con questo vento ce n’è bisogno!). Gli uomini più anziani hanno anche loro una sorta di uniforme: pantaloni lunghi, spesso jeans, camicie azzurre, capelli bianchi pettinati all’indietro, berretti. Si ritrovano tutti al kafeneio che è subito a sinistra. Forse è il posto più bello, forse anche abbastanza autentico. La signora tutta vestita di nero ci sorride sempre e ci insegna qualche paroletta di greco. Sedie azzurre, manco a dirlo, prezzi molto onesti. Il vino qui è tutto uguale, bianco, aspretto e contadino, dalla gradazione bassissima che non si sente quasi. A volte si beve un ouzo che mi piace come mi piacciono tutte le cose aniciate, finocchio, liquirizia.

aperitivo
Seduti al kafeneio abbiamo visto attraccare con molta fatica la nave Seajets, che attirava sempre più spettatori.

seajets seajets seajets