Diario di un viaggio su un’isola (seconda parte)

olympos luce

“Dovete andare a Olympos a vedere il tramonto”. Te lo dicono subito appena arrivi. È bellissimo. Abbiamo approfittato di un passaggio di Minas (il nostro punto di riferimento per tutto qui) e ci siamo andati. Ma è prima del tramonto che la luce è incredibile: gialla di un giallo burro che dà nel bianco, asciutta, su queste case bianche e color crema. Olympos è in cima a un monte ed è tutto un saliscendi. Ci sono molte taverne e negozietti che vendono souvenir, presidiati da donne in abiti tradizionali, qui però con delle strisce multicolori a decorare il collo, il davanti della camicia e la fascia sulla fronte. Un prete (veste nera lunga fino ai piedi, copricapo nero a fungo”; ma sotto i jeans) ci dà indicazioni sul sentiero. Un uomo spinge avanti a sé due asini. Qui ce ne sono molti, molto mansueti, e capre, spesso diverse dalle nostre: nere, a pelo lungo, a volte a chiazze bianche e nere.

chiesa a Olympos

Ci siamo tornati per fare il sentiero che scende fino a Diafani, molto contorto e quasi inesistente, che nell’ultima parte diventa una larga strada bianca, lucida e pavimentata. Verso la fine ci siamo fermati ad ammirare un giardino chiuso da un recinto di legno dipinto di blu. Un uomo con la barba ci ha chiamato per spiegarci quali erano le piante, informandoci che l’orto appartiene alla chiesa. È passato con molta naturalezza dal greco all’inglese all’italiano. C’erano olivi enormi, anche loro con il tronco dipinto di bianco, questi molto curati, e poi ibischi, bouganvillee e gerani e altri alberi ancora.

forno

Il lunedì siamo andati all’isola di Saria in barca. C’era molto vento e il viaggio di andata non è stato piacevolissimo, con molto vento e spruzzi. Abbiamo attraversato lo Steno, lo stretto che separa Karpathos da Saria, per poi fermarci alla spiaggia di Palatia, popolata di asini e capre con cui abbiamo condiviso il pranzo – le capre mangiavano teste e lische di pesce e praticamente qualsiasi cosa. I più pazzi (tra cui io) hanno seguito il capitano in una grotta strettissima. Ci siamo tenuti in equilibrio precario su rocce malferme, poi ci siamo buttati in acqua e abbiamo attraversato il monte. Lì in mezzo, sospesa nell’acqua azzurra e trasparentissima con la maschera, la sensazione di volare.

Steno

pesciolini

Alla spiaggia di Alimounda ho fatto lunghe nuotate e visto pesci colorati e branchi di pesciolini e dei ricci strani, enormi, con spine lunghissime, piantati negli scogli. Poi non riuscivamo più a ripartire. Nikos aveva praticamente fatto arenare la barca sulla spiaggia di sassi e l’elica era bloccata. Poi si è messo sulla poppa con in mano un bengala che sprizzava scintille in ogni dove e il capitano dell’altra barca (Capitan Manolis) ci ha dovuto trainare fino a Diafani.

Avlona sentiero

Il mercoledì siamo andati a Vroukounda. Minas ci ha portato con il furgone ad Avlona, paese a metà costa (270 m.), abbastanza disabitato con case sparse, molte delle quali rifatte. Strade polverose e quasi nulla tranne qualche terrazzo coperto di pergole di vite o di zucca con tanto di zucche verdi che pendono. Da lì prima si passa attraverso i campi, ora molto aridi, ma comunque coltivati, un tempo questo lo chiamavano “granaio” dell’isola e ci sono recinti tondi per far seccare il grano. Un gattino ci ha seguito fedelmente molto a lungo. Poi inizia la discesa in un paesaggio lunare e molto arido, tra i muretti a secco, dopo essere passati sotto una galleria di alberi di fico. La discesa è morbida ma sembra non finire mai. Man mano che ci si avvicina al mare c’è sempre più la limbarda maritima che impregna l’aria del suo aroma, dalle foglie simili al rosmarino ma appiccicose, con piccoli fiori gialli. Alla fine si arriva dove un tempo c’era l’antica città di Vrikous: enormi rocce grezze scavate da buchi dove un tempo vivevano persone o animali. È un paesaggio indescrivibile: alle spalle il monte alto e incombente e arido, le spiagge deserte, il mare blu intenso, davanti un’altra punta arida e brulla dell’isola, ma soprattutto: a vista d’occhio, non un’anima viva. In questo posto mi sono sentita veramente minuscola e insignificante e anche quasi spaventata, sopraffatta. Poi più tardi hanno iniziato ad arrivare camminatori. Pochi e distanziati tra loro, a coppie. Qui c’è molto da vedere. In mezzo al grigio-marrone-verde bruciato-giallo c’è anche una piccola chiesa, bianchissima e moderna.

vroukounda

Se si cammina fino alla punta all’estrema sinistra si trovano tracce di vita umana: una grande tettoia, un forno, una griglia, un monticello di sale marino, costruzioni dove vengono conservate le cose, un tabernacolo scavato nella montagna, turiboli dorati appesi in alte nicchie. In fondo, oltre una specie di belvedere, c’è un’edicola con san Giovanni Battista. Poi si scendono le scale e si trova una chiesa scavata nella roccia, buia e illuminata da sottili candele di cera d’api, con l’altare e il fonte battesimale di pietra coperti di fasci di foglie di basilico non ancora appassito e profumato, l’iconostasi di pietra bianca. Qui c’è un basilico che diventa enorme, altissimo, anche un metro e mezzo, profumatissimo, con fiori viola.

tettoia

Davanti a tutto questo mi è sembrato davvero una piccola cosa il mio desiderio di fare il bagno. Tuttavia l’ho fatto, sulla spiaggia deserta dove c’eravamo solo noi due. Poi ci siamo diretti verso l’altopiano deserto, tutto cosparso di grosse pietre aspre e grigie e di cespugli spinosi. Una traccia color argilla indicava dove altri piedi avevano percorso la stessa via. Diretti apparentemente verso il nulla, ogni tanto guidati da punti azzurri (qui i sentieri sono segnati da strisce blu e rosse fatte con lo spray e a volte da piccoli cartelli rossi, il punto rosso o blu sul sentiero ti rassicura che stai ancora andando nella direzione giusta) a un certo punto abbiamo avvistato la bandiera greca di cui ci avevano parlato, proprio sulla punta della scogliera. E l’abbiamo raggiunta. Lì sotto c’è una meraviglia che chiamano piscina bizantina, una cavità naturale levigata e perfezionata dall’uomo in mezzo a un’esplosione di lava nera e pungente, dove si può fare il bagno in un’acqua trasparente anche quando il mare infuria sugli scogli poco più avanti (a dire la verità il mare era piuttosto calmo).

edicola di san Giovanni

Poi mi hanno detto che ogni anno, a fine agosto, qui fanno la festa di san Giovanni Battista. Arrivano in barca o dal sentiero, seguono la messa, poi si fermano a mangiare, cantare, dormire.

Il rientro è stato duro ma ce l’abbiamo fatta. Ci siamo fermati alla taverna dove abbiamo parlato con il proprietario, come spesso capita qui, un po’ in italiano, un po’ in inglese e un po’ con qualche paroletta storpiata in greco. La taverna è bella, angolare, bianca, con una pergola di vite, sui tavoli i contenitori pieni di sale marino con un tappo blu. È tutto molto semplice: carciofi con uova strapazzate, un’enorme insalata greca rinforzata che loro chiamano scherzando “Avlona salata” e decorano con una feta su cui disegnano una faccina con le verdure. Mi piacciono su quest’isola i piatti di verdure: dolmades ripieni di riso, fava, melanzane e zucchini grigliati, insalate con il kritamo (un’erba che cresce sulle spiagge). Qui siamo vicini alla Turchia e ci sono profumi di varie spezie tra cui cardamomo, cumino, cannella.

micio

Il pane doveva essere buonissimo ma ovviamente, da celiaca, non ho potuto mangiarlo. Ad Avlona c’è il forno e quando siamo arrivati divampava a tutta forza (c’è anche a Diafani, quasi in fondo alla passeggiata) e mentre stavamo lì seduti sotto la pergola e in mezzo alle stoffe colorate – con l’immancabile micetto affamato che ci saltava in braccio – continuavamo a veder passare tutta una famiglia di donne (nonna in abito tradizionale, figlia vestita come una donna italiana della sua età, nipote adolescente in felpa e pantaloncini tagliati di jeans) con lunghe tavole di legno coperte di panini da cuocere. Anche la signora della taverna, Annoula, aveva fatto il pane tradizionale, il dakos (praticamente delle frise). A fine pasto, quattro deliziosi fichi neri e due piattini di uva passa sciroppata aromatizzata con chiodi di garofano e forse cannella. Poi siamo scesi per un altro sentiero, questo ampio, quasi regale. Lungo la strada una chiesetta azzurra, incontri e saluti con persone che non si rivedranno probabilmente mai, sguardi che si incrociano da mondi diversi.